Etnopsichiatria

I confini del Sé: La reciprocità tra osservatore ed osservato

I confini del Sé
Scritto da Adriano Legacci

I confini del Sé: La reciprocità tra osservatore ed osservato

“Una delle conseguenze involontarie dell’esistenza e della personalità dello scienziato è che la quasi-mobilità dei limiti che separano l’osservatore dal soggetto si accompagna a una analoga mobilità dei “confini del sé”” (Devereux, 1967, pag 87).

Così inizia il capitolo dedicato alle conseguenze psicologiche della reciprocità, dove Devereux attraverso ripetuti esempi mostra come le varie culture presentino differenti concetti del sé, dei confini del Sé e del limite che questa entità umana ha.

 

I confini del Sé. Il caso dei Moi Sedang

Devereux riporta a tal proposito il caso dei Moi Sedang, popolazione vietnamita con la quale l’antropologo visse per diversi mesi, secondo i quali vi è sia un’anima esterna sia un rapporto fondamentale tra l’uomo ed i beni che possiede. L’anima del “focolare di un uomo”, che è l’essenza stessa dell’uomo (Devereux, 1937c), non risiede nel suo corpo, ma al contrario ha la sua residenza nella base di pietra del focolare familiare, anche quando questa persona è in viaggio.

 

“Il mana di un uomo, o l’anima dei suoi beni, non comprende soltanto la sua fortuna personale, o il suo potere, ma anche l’anima di tutti gli oggetti importanti che possiede. Così, appena fui adottato da Mbrao, il vecchio capo di Tea Ha, la mia anima del focolare andò a risiedere nel focolare della casa di Mbrao, anche se io abitavo in un’altra capanna…Per quanto riguarda il mio mana, questo comprendeva le anime del mio fucile, della mia pistola, del mio cavallo, del mio fonografo e di altri oggetti importanti. Questa valutazione dei beni è apparentemente realizzata dalla sensazione puramente soggettiva che i limiti del sé si estendono al di là della pelle. Negli statti di estasi, ciò conduce a un senso di unione mistica con l’Universo, che gli psicoanalisti chiamano “il sentimento oceanico”. Alcuni nevrotici e psicotici sperimentano certo organi o funzioni psicologiche che si situano secondo ogni buon senso all’interno dei confini del sé, come oggetti esterni” (Devereux, 1967, pag 89-90).

 

Questa esemplificazione antropologica mostra bene come una corretta, rispettosa ed autentica conoscenza dei Moi Sedang fosse legata alla conoscenza preliminare di questi tratti culturali inerenti al limite e ai confini del Sé. Se il fucile, le pietre o i cavalli diventano parti del sé, questo porta l’osservatore a considerare e trattare questi oggetti in maniera diversa e molto più delicata, essi non sono solo oggetti, ma parti dell’osservato. Il contatto con persone provenienti da culture diverse dalla nostra ci impone quindi profonde riflessioni e precauzioni su come considerare i suoi oggetti, i suoi confini e limiti, un’interazione terapeutica che non considerasse tali aspetti rischierebbe di essere non rispettosa ed inefficace. Basti pensare a tal proposito a come gli europei in passato abbiano usato in malafede questi assiomi culturali.

 

I confini del Sé. Le credenze delle tribù africane

Durante il 1700 le imprese negriere infatti avevano preso contatto con diverse tribù bellicose delle coste africane, che durante le scorribande verso l’interno facevano molti prigionieri, che poi andavano a rivendere alle navi negriere stesse. Uno dei primi gesti che i negrieri facevano davanti ai nuovi prigionieri era quello di strappar via dal loro collo i loro amuleti, che di volta in volta potevano essere denti di squalo, ossa, o altri manufatti composti a partire da diversi materiali. Le popolazioni africane infatti ritenevano che la forza della persona risiedesse proprio in questi oggetti esterni, e che senza questo amuleto (che per loro era un’importante parte del Sé) anche il miglior guerriero diventasse un uomo inerte ed incapace di combattere. Gli europei strappavano questi amuleti proprio perché sapevano che senza di questi i prigionieri sarebbero stati docili ed incapaci di ribellarsi, facendosi schiavizzare con molta più facilità.

Anche qua vediamo molto bene (anche se in senso profondamente negativo) come l’utilizzo e la manipolazione di questi oggetti esterni/parti di sé vada ad influenzare pesantemente la relazione fra osservatore ed osservato.

Questo discorso inerente l’interno e l’esterno riguarda anche gli stessi organi del corpo, le funzioni psichiche e le normali esperienze sensoriali, che di volta in volta possono essere situate dentro o fuori di noi, dinamica che rende ancora più labili e delicati i confini fra clinico e paziente. A seconda delle diverse strutture sperimentali o osservative quindi questi confini del Sé fra il mio ed il tuo possono cambiare e spostarsi, in ogni situazione il confine è stabilito bilateralmente, per quanto questa operazione sia molto difficile. Lo stesso Nathan per esempio (Non siamo soli al Mondo, 2003) fa vedere che è anche questa labilità di confini del Sé a far sì che certi pazienti possano aver paura del terapeuta, visto come uno stregone capace di influenzare negativamente la propria persona.

 

 

BIBLIOGRAFIA

George Devereux, Dall’angoscia al metodo nelle scienze del comportamento, 1967, Bibliotheca Biographica

Tobie Nathan, Non siamo soli al Mondo, 2003, Bollati Boringhieri

Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver, 1998, Iperborea

 

Sull'Autore

Adriano Legacci

Titolare del Centro di Psicologia e Psicoterapia Dr. Legacci Padova.
Fondatore dell'Associazione Umaniversitas Academy , Corsi per Manager e Leader.
Cofondatore dell'Associazione Gli Argonauti, Psicoanalisi e Società.

Opera privatamente a Padova e a San Donà di Piave in qualità di psicoterapeuta.

Tiene corsi e seminari di crescita personale e professionale per manager e dirigenti d'azienda.

Lascia un commento